Se qualche mese fa mi avessero detto che avrei indossato delle ginocchiere per uno scavo archeologico e non per una partita di pallavolo non ci avrei mai creduto! E invece da circa metà settembre sono diventate l’indumento, se non preferito, almeno indispensabile per l’esperienza che sto facendo presso lo scavo di Vignale.

Quest’anno abbiamo deciso di approfondire lo scavo della villa romana per cercare di definirne meglio la planimetria (quindi la disposizione delle stanze) e le sue relazioni con la stanza con il grande mosaico. La ruspa ha allargato velocemente la nostra area di indagine, fermandosi poco al di sopra del livello archeologico, in cui sono subito emersi i resti della villa.

Armati di picconi, pale, trowel secchi e carriole, noi archeologi abbiamo tolto la grande quantità di terra smossa e ci siamo messi subito all’opera, motivati dall’incessabile fame di scoperta. È stato proprio questo il momento dal quale ho iniziato ad indossare le mie ginocchiere.

Eh sì perché, come dice anche il nome, si usano per stare in ginocchio, ovvero nella posizione che gli archeologi assumono più comunemente quando devono realizzare quelli che vengono chiamati “lavori di fino”. Ma quali sono esattamente i lavori di fino? Sono quelli per cui ci vogliono pulizia, precisione e una buona dose di maniacalità.

Per quello che riguarda la mia personale esperienza di queste prime settimane di scavo ho compiuto lavori di fino in più aree dello scavo. Come dicevo prima, mentre sono in ginocchio sopra l’area interessata, con la punta della trowel tolgo la terra che copre pavimenti in cocciopesto, losanghe, crolli di tegole, di pietre e di intonaco. Con pazienza porto in luce tutti gli elementi e cerco di togliere fino al più piccolo granello di polvere in modo da poter documentare tutto al meglio con una foto e un disegno.

Questo lavoro minuzioso è stato particolarmente utile sul cocciopesto a losanghe di una grande stanza della villa. Infatti quando il pavimento in cocciopesto inizia a deteriorarsi, la terra va ad infilarsi in ogni sua più remota fessura e c’è assoluto bisogno di una accurata pulizia, di un prolungato lavoro di fino. Per la maggior parte del tempo mi sono concentrata proprio in quest’area e con scopetta, pennello e paletta ho tolto la polvere che rimaneva in giro facendo attenzione a come mi muovevo, per evitare di sporcare le parti già pulite. Si tratta dunque di un lavoro di precisione, spesso un po’ faticoso per la posizione statica che richiede.

Tutto ciò è però ricompensato dalla soddisfazione che scaturisce guardando la foto di scavo fatta subito dopo la pulizia. Grazie ad una buona luce, la foto ci offre l’immagine di un area finalmente pulita, nella quale i vari elementi sorgono limpidi da quella terra che per tanto tempo li aveva celati agli occhi dell’uomo.

In fin dei conti posso affermare che le mie ginocchiere sono diventate le mie più care compagne di avventura delle ultime settimane; non voglio pensare alle condizioni in cui sarebbero le mie ginocchia se le avessi appoggiate sul cocciopesto deteriorato!

 

Debora Tanganelli

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