Un brindisi che sa di storia

L’etichetta di un vino è quasi sempre frutto della fantasia del produttore. In questo caso, invece, l’etichetta racconta una storia vera e che risale molto indietro nel tempo.

Benché il luogo dove questo vino viene prodotto si chiami Vignale da oltre mille anni – il primo documento medievale che attesta il nome è del 980 d.C. – fino alla prima metà dell’Ottocento di vino in questa fattoria non se ne produceva granché.

Non che il vino non venisse bene. Tutt’altro: la qualità era riconosciuta altissima, ma le produzioni principali della fattoria era il grano e il bestiame e il vino e l’olio venivano prodotti praticamente solo per uso privato.

A cambiare le cose fu proprio la scoperta del mosaico e dell’antica villa che lo ospitava.

Il mosaico tornò alla luce nel 1830 durante gli scavi per la costruzione della nuova Strada Regia da Pisa a Grosseto (l’ex SS 1 – Aurelia) e, nel 1834, il granduca di Toscana Leopoldo II impose al proprietario della tenuta di Vignale, il nobile pisano Lelio Franceschi, di conservare villa e mosaico e di allestirvi intorno un vigneto “arborato”, ovvero con le viti sostenute da corde tese tra filari di alberi, come si usava allora. Lo scopo era evidente: si voleva evitare che le arature per la semina del grano danneggiassero i resti dell’antica villa e in particolare il “pregiabilissimo mosaico” che vi era stato appena scoperto e si voleva allestire un piacevole contesto per la visita alle antiche rovine.

E’ in quel momento che il campo dove sorgerà il vigneto cambia nome. Ce lo dice una lettera del cavalier Franceschi del 1835, in cui si riferisce a quel campo “che tutti oggi chiamano del mosaico”.

Che cosa realmente il Franceschi fece per conservare villa e mosaico non lo sappiamo. Quello che sappiano è che qualche decennio più tardi, nel 1863, una mappa di questo territorio testimonia della presenza di un vigneto in questo campo, tra cui si intravedevano ancora i resti di edifici antichi (c’è una scritta “villa romana”), ma forse non più del mosaico.

Da questo momento e per più di cento anni la storia diventa misteriosa: ci mancano i documenti e non sappiamo che cosa ne fu del famoso vigneto. Probabilmente, a un certo punto venne espiantato e il campo venne riconvertito alla coltivazione del grano, perché così ce lo mostrano le fotografie aeree eseguite durante la seconda guerra mondiale.

In quest’epoca, il mosaico scavato nel 1830 era già coperto dal pavimento di un capannone costruito forse nei primi anni del Novecento e che veniva utilizzato proprio per la trebbiatura del grano.

Nel 1960 il capannone che proteggeva il mosaico venne demolito per far posto a un allargamento della SS 1 – Aurelia e nel 1968 la nuova proprietà della fattoria decise di piantare una nuova vigna nel “campo del mosaico”. Questa volta l’uso di macchine agricole moderne mise a gravissimo rischio il mosaico: le strutture antiche della villa vennero intaccate pesantemente, ma il mosaico si salvò perché era coperto dai ruderi del capannone che impedirono di arare in quel punto.

Il vigneto impiantato nel 1968 continuò a funzionare per alcuni decenni e fu a quel punto che nacque la prima etichetta “Villa del Mosaico”, perché tutti sapevano che quel campo si chiamava tradizionalmente così, ma nessuno sapeva ormai perché si chiamava così.

Perché il mistero si risolvesse bisognò attendere un nuovo vigneto. O meglio, l’ipotesi di un nuovo vigneto.

Nel 2003 l’azienda agricola Tenuta di Vignale decise di impiantare un nuovo vigneto su quel campo e cominciò nuove e profondissime lavorazioni del terreno. Dopo pochi solchi, gli aratri riportarono alla luce i resti di muri antichi: questa volta i lavori vennero prontamente sospesi e venne richiesto l’intervento degli archeologi della Soprintendenza e dell’Università di Siena.

Dopo le prime indagini preliminari, l’azienda decise di soprassedere all’impianto della nuova vigna – che venne invece allestita qualche centinaio di metri più a monte – e il campo fu lasciato nella disponibilità degli archeologi.

La scelta si rivelò vincente, perché, anno dopo anno, dal “campo del mosaico” cominciarono a riemergere i resti dell’antica villa, di una stazione di posta, di una grande fornace e di molte altre cose ancora.

Poi, nel 2014, all’improvviso dalla terra emerse anche lui. Il mosaico che dava il nome al campo e che ora, con un suo frammento, dà anche l’immagine dell’etichetta del vino.

Tutto questo, insieme a un vino buonissimo, c’è dentro la bottiglia che state per stappare.