Nomina si nescis, perit et cognitio rerum“, Se non sai dare un nome alle cose, non esistono più…

La frase di Linneo che ho letto in un articolo al mio ritorno dallo scavo di Vignale ha concretizzato tutto l’arrovellamento che mi aveva perseguitato in quelle 5 settimane di scavo: raccolta dati e reperti, contesti, ceramica, resti animali, semi… a che pro raccogliere tutto questo se non sappiamo dargli un nome, un senso?

Linneo. La risposta era lì nella vita e nell’opera di un biondo svedese dagli occhi chiari e curiosi vissuto 150 anni fa. Era un bambino scapestrato che scappava via da scuola, di nascosto, per passeggiare nei boschi e raccogliere le foglie caduche degli alberi e per guardare di sottecchi gli animali. Si iscrisse di prepotenza alla facoltà di scienze naturali da ragazzo e per 50 anni cercò di conoscere tutte le cose nella natura, di dare loro una descrizione, un nome, e di fare della loro armoniosa varietà un sistema nel quale anche l’uomo riconoscesse il contesto, e l’origine della sua vita… nel 1758 pubblica il Systema Naturae, l’opera che ancor oggi è usata come cardine della classificazione di piante ed animali a livello mondiale.

Nomina si nescis, perit et cognitio rerum

Dopo questa improvvisa illuminazione, mi sono messa in testa di fare con criterio una cosa di cui mi ero distrattamente presa l’impegno prima della campagna: studiare la fauna di Vignale, che animali avevano deciso di allevare in quel luogo gli antichi abitanti? Quali avevano deciso di cacciare? Insomma, su cosa avevano materialmente basato la loro sussistenza per secoli? Quali erano stati i loro compagni di spazio e di avventure, quali conchiglie avevano raccolto per adornare le loro fontane e quali per mangiare?

Ho cominciato a spolverare cassette piene delle ossa animali degli anni passati dello scavo, una ad una pulirle dalla terra e misurarle, in un lavoro impegnativo ma che non era infamiliare: studiare i resti faunistici nel corso di archeozoologia mi aveva pienamente assorbito per 6 mesi della mia vita l’anno precedente e distinguere un metacarpo di bue da uno di cavallo mi sembrava un gioco, anche sullo scavo, solo che ora il gioco poteva diventare “serio” perché allargava la conoscenza del mondo su un sito antico, non solo la mia.

È arrivato dall’esterno un aiuto inaspettato: i ragazzi del primo anno che avevano scavato con me a Vignale erano già là curiosissimi del “lavoro” che mi ero scelta e mi hanno candidamente chiesto “Amanda, ci insegni come fai? Vogliamo capire anche noi che ci può dire la fauna sul sito di Vignale”. Lì l’entusiasmo è aumentato, ho cominciato a studiare con impegno i fondamenti linneiani per poterli trasmettere a loro, poi, insieme abbiamo fatto ricerche sugli animali domestici, su alcuni selvatici che avevamo approssimativamente individuato nella fauna di Vignale, per imparare a conoscere l’ambiente di cui erano indice e parte e come mai l’uomo avesse scelto proprio loro e non altri per intraprendere il proprio cammino in quella zona che nei secoli moderni sembrava e sembra ancora a tratti così malsana.

Ora stiamo studiando insieme, continuiamo a pulire reperti, a cercare somiglianze, a fare conti e quantificazioni, il nostro “laboratorio autogestito” va avanti con impegno… sbagliamo, impariamo, qualche volta ne diciamo una giusta. Vignale per noi continua tutti i martedì, quando troviamo in quelle poche ore insieme una nuova occasione per crescere.

Rispondi