Ieri sono tornata, ancora una volta, a Vignale.

Ci vado sempre volentieri perché a quel pezzo di territorio e alla sua gente (soprattutto i bambini), ho legato un pezzo di cuore.

Nel primo pomeriggio sono passata alla scuola elementare.

Pioveva ed era ancora presto per il mio appuntamento; mi è venuto naturale andare lì.

Le grida dei bambini, i colori dei disegni alle pareti, l’odore delle matite colorate e delle gomme da cancellare e poi la stanza delle insegnanti così accogliente e familiare: c’è un posto migliore per scacciare la malinconia della pioggia?

E poi ci sono quei sorrisi che in corridoio ti incrociano e sotto sotto ti mandano a dire “Che cosa credi? Ti ho riconosciuto sai!” oppure che ti chiedono illuminandosi in volto: “Facciamo qualcosa insieme?”

A tutto questo sono abituata: la scuola di Riotorto è come una seconda casa in cui so di incontrare amici piccoli e grandi.

 

Ma non mi ero mai trovata in mezzo ai colloqui delle insegnanti con i genitori.

E soprattutto, a contatto con i genitori senza l’intermediazione dei bambini.

 

“ Ah, ma guarda! Che bello… fate qualche progetto qui a scuola anche durante l’inverno?”

“ Lo sai che i bambini scavano in continuazione buche nel giardino della scuola?”

“Si, è vero! Portano a casa un sacco di sassi, pezzi di vasi da fiori o piatti perché sai, è tutta terra riportata quindi è piena di queste cose…”

“Si mettono anche un cartellino e giocano a “fare gli archeologhi”; ora, con altri genitori, stavamo pensando di fargli fare delle magliette…”

“La mia bimba mi ha portato questo -dice un papà, togliendosi un pezzo di mattonella dalla tasca della giacca- e mi ha detto ‘vedi babbo, questo l’ho preso perché da una parte è bianco e liscio e dall’altra è ruvido e marrone’… ecco”.

Non so che cosa rispondere: provo un misto di imbarazzo e di orgoglio per quei piccoli grandissimi mediatori culturali che sono i bambini.

“Siete stati proprio bravi a coinvolgerli” dice una mamma.

“Sì, è proprio una bella cosa” aggiunge un’altra.

 

Cerco di guardare la scena da fuori: vedo alcuni papà e mamme che parlano con una archeologa vestita come loro, dentro una scuola, dei loro figli e delle loro attività.

Le distanze sono abbattute, l’aura di mistero e avventura, che la tv tenta di comunicare, loro proprio non la vedono.

“Non siamo stati bravi noi, è anche merito vostro. Non mi è mai capitato di lavorare in un posto in cui le persone si facessero così tanto coinvolgere e fossero così partecipi di un progetto”.

“E’ perché ci piace anche a noi, anzi… ci piace proprio tanto!”

Qui sto per sciogliermi.

 

Bambini con mani piccole capaci di prendere per mano i grandi e portarli a vedere qualcosa di importante, quell’essenziale invisibile agli occhi che per loro è così maledettamente semplice.

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One thought on “Fuori pioveva, ma a scuola c’era il sole: quando l’archeologia è pubblica davvero.

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