the nest

Scusate il ritardo.

La spiegazione di che cosa rappresenta questa foto avrei dovuto scriverla già domenica scorsa, ma nell’ultima settimana sono stato molto impegnato a riordinare le idee e le cose dopo una lunga, faticosa – ma produttiva e soprattutto interessante – esperienza di crowd-funding per gli scavi di Vignale.

Tutta la nostra iniziativa ha ruotato intorno a due cose: la presenza di un nostro stand ad un’epica sagra locale (dieci giorni dieci di carciofi in tutte le salse) e l’installazione, per necessità di cose temporanea, del prototipo della nuova recinzione dello scavo di Vignale.

L’idea della nuova recinzione è nata qualche mese fa all’interno del progetto di collaborazione con il Liceo Artistico – Istituto d’Arte “Duccio di Buoninsegna” di Siena, con cui da ormai diversi anni condividiamo un percorso di educazione ai valori del patrimonio culturale.

Con un gruppo di ragazzi davvero interessanti – e, ça va sans dire, con un gruppo di insegnanti altrettanto stimolanti – abbiamo concepito l’idea di trasformare la recinzione del nostro scavo in uno strumento comunicativo.

In realtà, ogni recinzione – anche quella più banale in rete metallica verde – è uno strumento comunicativo. Comunica il senso del limite (qui finisce lo scavo e comincia il paesaggio circostante, e viceversa) e comunica il senso della separatezza tra questi due universi.

Gli archeologi stanno dentro, gli “altri” stanno fuori e possono al massimo guardare. A volte nemmeno quello perché, soprattutto in città, più o meno malintese “esigenze di sicurezza” consigliano spesso agli archeologi di blindare i loro cantieri con recinzioni impenetrabili anche agli sguardi di chi passa da quelle parti.

Per rafforzare il messaggio, le recinzioni degli scavi sono tradizionalmente addobbate con cartelli che sembrano un po’ quelli che circondano il deposito di Zio Paperone: vietato l’accesso, sciò, via di qua ecc.

Nel migliore dei casi, un “cartello di cantiere” recita il mitico “Vietato l’accesso ai non addetti ai lavori”, rafforzando spesso il messaggio con una immagine impressionista e impressionante (almeno per i più piccoli) di un uomo con una gigantesca mano protesa verso l’incauto osservatore, il tutto circondato da un simbolo universale di divieto, un cerchio rosso sbarrato.

Non c’è che dire: un bel modo di convincere il “pubblico” – ovvero quelli che pagando le tasse finanziano l’operazione archeologica – che quello che sta succedendo in quel punto del paesaggio è una cosa che porta vantaggi a tutta una collettività.

Con i ragazzi del “Duccio di Buoninsegna” abbiamo quindi provato a immaginare a una recinzione che comunicasse esattamente il messaggio opposto. Un messaggio di attrazione e di “inclusione”. Un messaggio che segnalasse quel punto del paesaggio come un punto speciale, da cui non stare lontani, ma verso cui convergere per andare a vedere – ovviamente nel rispetto di tutte le buone pratiche della sicurezza – che cosa succede al di là di quella recinzione.

Insomma, se mi lasciate passare il paragone un po’ azzardato – ma, come diceva il grande Woody “a qualcuno bisognerà pure ispirarsi…” -, una specie di stella cometa che attragga i viandanti verso un evento.

Vignale favorisce questa idea: lo scavo è in mezzo a un bel tratto di campagna maremmana e il sito è letteralmente attraversato dalla vecchia Via Aurelia. Che cosa di meglio di immaginare dunque una piccola operazione di land art?

Concepita l’idea, il gruppo degli adolescenti senesi (sì, proprio quegli adolescenti che sono la croce di tutti gli adulti con il loro stare perennemente sdraiati sul divano – Michele Serra docet) si sono messi alacremente al lavoro. Capitanati e stimolati non tanto dai loro insegnanti, quanto da uno di loro, eletto leader del gruppo sulla base rigidamente meritocratica della qualità delle sue idee.

Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana (come i più affezionati dei nostri lettori hanno potuto seguire) il mosaico si è composto. La cornice del pannello è stata progettata e realizzata, il tema dell’opera d’arte che doveva contenere si è a poco a poco precisato – a proposito, si chiama “The Nest”, Il Nido, e si richiama esplicitamente alle installazioni di un artista americano, Jason Fann – e alla fine il prototipo è stato preparato.

Rispettando rigorosamente i tempi previsti perché la sua installazione fosse possibile alla data prescelta.

Il messaggio della nuova recinzione è evidente, ma non vi posso privare del piacere di leggerne i passaggi dell’ideazione nelle parole del giovanissimo artista che ha guidato il gruppo:

“Pensavo infatti di ricreare all’interno della cornice un intreccio di rami secchi che lasciassero un’apertura al centro: una sorta di “nido”, che potesse richiamare il concetto di “protezione”, di “intimità”, di “famiglia”.

Lo scavo come qualcosa da proteggere e di cui prendersi cura, e credo che il nido sia un’immagine efficace per farlo capire.

Non lo so, è un’idea che mi piaceva come anche il fatto di riutilizzare materiali naturali piuttosto che artificiali.

Al massimo l'”impatto” in lontananza lo possiamo ottenere con il colore: colorando rami e cornice in bianco, per esempio, credo che potrebbero essere una buona “macchia” nel paesaggio.”

Non so voi, ma quando io ho visto arrivare queste righe nella mia posta elettronica sono rimasto un po’ senza fiato…

Il resto è stata solo questione di organizzazione logistica. In quello noi di Uomini e Cose a Vignale siamo obiettivamente bravini e il pannello è “andato su” al momento giusto, esattamente dove e come lo volevamo.

Anche il tempo ci ha dato una mano: ha smesso di piovere al momento giusto e una tramontanina inattesa ha smaltato il cielo e sbiancato le nuvole, il sole ha fatto risaltare a dovere il bianco assoluto della cornice e del nido al suo interno. Le suggestioni di Jason Fann, le idee di Antonio Mazzolai e dei suoi compagni di avventura (Anna Silvestrini, Cecilia Punzo e Maria Giovanna Deronda) si sono incastonate in un inatteso e imprevedibile sfondo alla Magritte.

E, come si vede dalla foto, è stato bellissimo.

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