Uno scavo è uno scavo, una ricerca è una ricerca, un progetto di archeologia comunitaria è insieme uno scavo, una ricerca e molto di più.

Moltissimo di quel molto di più, a Vignale, lo hanno portato i bambini della comunità, i giovanissimi studenti delle scuole primarie del territorio.

E’ andata così. Un giorno, era il venerdì prima della chiusura della campagna di scavo, quando gli archeologi hanno i capelli dritti per tutte le cose che vanno portate a termine, una telefonata di una maestra ci chiedeva la disponibilità alla visita sul cantiere di una cinquantina di ragazzini di 9/10 anni. La tentazione di rispondere con un no è stata fortissima, avevamo davvero troppo da fare e nessuno di noi sapeva bene come interagire con visitatori così giovani.
Un sesto senso ci ha fatto invece rispondere di sì. Abbiamo fermato il cantiere quando proprio non si sarebbe potuto, abbiamo messo in sicurezza gli spazi, abbiamo rapidamente progettato qualche attività didattica che ci sarebbe piaciuto vivere se fossimo stati noi ragazzini.
E abbiamo, semplicemente, aperto la porta.
Il resto è venuto da sé. Sono arrivati cinquanta ragazzini entusiasti, cinque genitori altrettanto entusiasti, tre maestre speciali.
Non lo sapevamo ancora, ma stava cominciando un grande gioco che avrebbe cambiato per sempre il nostro modo di pensare a quello scavo. E allo scavo in generale…

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Quando se ne sono andati, abbiamo capito che avevamo investito benissimo un pezzo del nostro penultimo, preziosissimo, giorno di scavo. Intanto perché siamo stati ricompensati con una pantagruelica merenda collettiva, poi perché siamo stati stimolati a porci con chiarezza il problema di come rapportarci attivamente con il mondo che circondava il nostro scavo.
E’ lì che lo scavo e la ricerca sono diventati progetto.
Quando abbiamo capito che dovevamo essere professionisti dello scavo e insieme della mediazione tra contemporaneo e passato, tra chi sta dentro e fuori la recinzione del cantiere.

Abbiamo pensato che dovevamo rovesciare il nostro punto di vista: non professionisti dello scavo che lavorano in un cantiere che gli “altri” vanno a visitare, ma professionisti della mediazione culturale tra contemporaneo e passato, che da dentro il loro cantiere guardano il mondo che sta intorno e cercano di capire come raggiungerlo.

 

“non professionisti dello scavo che lavorano in un cantiere che gli “altri” vanno a visitare, ma professionisti della mediazione culturale tra contemporaneo e passato”

 

E’ bastato semplicemente questo per cambiare radicalmente la percezione collettiva del valore sociale ed educativo del nostro lavoro. Siamo entrati nelle scuole con le nostre piante di scavo, su cui i bambini hanno sviluppato per un anno il loro programma di geometria; siamo arrivati con le nostre storie, e ci siamo ritrovati protagonisti di un lungo lavoro sul linguaggio narrativo e teatrale; abbiamo portato le nostre videocamere e ne è nato uno spot contro il vandalismo totalmente autoprodotto dai ragazzi.

Il gioco è piaciuto molto a noi e a tutti coloro che ci stavano intorno. I bambini, le classi, le maestre e i genitori interessati sono cresciuti rapidamente e ora, ad ogni campagna di scavo, abbiamo una agenda fittissima di appuntamenti.

Capita spesso che, arrivando sul cantiere alle 8 del mattino, si trovino molte decine di bambini, insegnanti e accompagnatori vari che ti guardano con aria di riprovazione perché sei qualche minuto in ritardo e non hai ancora aperto la porta di quello spazio pubblico di gioco collettivo e intelligente che è diventato il nostro cantiere.

Il punto di non ritorno è arrivato nel 2012. Un incendio estivo ha bruciato il campo di Vignale: ha risparmiato lo scavo, ma ha seriamente danneggiato la recinzione e la baracca degli attrezzi. Complice la grande crisi economica, eravamo veramente un po’ in difficoltà, ma la comunità ha reagito: bambini, genitori e insegnanti hanno organizzato una vendita di libri usati e con i fondi raccolti hanno acquistato i materiali necessari ad altri genitori dalle mani abili per restaurare la baracca. Che ci è stata riconsegnata come nuova e meglio che nuova con una piccola e festosa cerimonia, terminata, tanto per cambiare, in una sontuosa merenda campestre.

Sembra una storia d’altri tempi, di quelle che una volta si chiamavano “da libro Cuore”, ma non è così. Dietro ci sono sì buoni sentimenti, ma ci sono soprattutto le intelligenze vive di maestre che tutti avremmo voluto avere per noi stessi e per i nostri figli, la disponibilità semplice e diretta di genitori che mettono a disposizione tempo che spesso non hanno.
E ci sono soprattutto le menti vispissime di quei bambini, capaci di dire cose folgoranti.
Un giorno, durante un’attività sul cantiere, un bambino dice a un altro: “Secondo te, che cosa stiamo facendo? Matematica non è perché non ci sono numeri; Italiano non dev’essere, perché non scriviamo… Allora… dev’essere STORIA!”.

Anche il Nano, a quel punto, si è tolto il cappello.

 

Enrico

 

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