Uomini e Cose a Vignale è un progetto complesso e i progetti complessi richiedono, soprattutto durante le settimane di scavo, moltissimo lavoro e una dedizione pressoché assoluta.
Ma la parola chiave, da questo punto di vista, è appunto “pressoché”.
Perché va bene il lavoro matto e disperatissimo, va bene la concentrazione, va bene il non avere orari, ma bisogna anche sopravvivere e magari anche un po’ vivere.
Per questo nel progetto lo stare a tavola ha un posto specifico, sia all’interno dell’équipe di scavo sia in relazione con il territorio che ci ospita.
Da quando viviamo sparsi tra villaggi e agriturismi di qualità che ci ospitano, abbiamo mandato definitivamente in pensione il rito della cucina comunitaria e un po’ militaresca che è stata – e in parte è ancora – il marchio di fabbrica dell’archeologia da scavo. Basta menu unico a base di grandi caldaiate di pasta e largo agli inviti a cena tra gruppi e gruppetti, con la cucina regionale a farla da padrone.
E lì, lavorare per una università a vocazione multiregionale come quella di Siena è un valore aggiunto: studenti che arrivano da ogni regione d’Italia con un portato di cultura materiale e gastronomica alle spalle, anche se qualche volta espresso in maniera, per così dire, “embrionale”.

Scene epocali 1: l’arrivo di una studentessa pugliese con annessa latta di olio extravergine di oliva di produzione propria. Alla domanda stupida “perché” del boss, la risposta serafica della studentessa: “una ragazza pugliese non viaggia mai senza il suo olio”…

Scene epocali 2: un dottorando ligure che si impegna a fare il pesto tradizionale a mano, usando una bottiglia di vino dell’Azienda che ci ospita come pestello.

Scene epocali 3: quando arriva Amanda Rampichini e produce olive ascolane e polpette per venti persone nell’armadio/cucina di una roulotte al Villaggio Pappasone. Applausi a scena aperta e commozione diffusa.

E poi, se sei davvero fortunato – e noi lo siamo … – lavori in Maremma, dove ogni riunione che si rispetti comincia, continua e finisce intorno a una tavola, per lo più con un povero suinide di varia specie, più o meno selvatico e più o meno peloso, a farne le spese peggiori.

A Riotorto si sono inventati uno spazio apposito: la mitica “Pinetina”, dove tutte le associazioni culturali del paese hanno a disposizione una megacucina iperattrezzata, tavoli, panche, bracieri e tutto quel che serve per ogni tipo di “riunione di lavoro”.
Last but non least, il momento clou dell’annata cultural-gastronomica. La Sagra del Carciofo, che sta lì da 47 (diconsi quarantasette…) edizioni e che rappresenta un must assoluto per incontrare le persone, per fare il punto delle cose fatte, per fare progetti per il futuro e anche per fare un po’ di sano crowdfunding.
Ma anche e soprattutto per mangiare tonnellate di carciofi fritti di qualità incredibile. Se non ci siete mai stati, vi siete persi qualcosa…

Enrico

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