Un progetto di archeologia comunitaria si nutre essenzialmente di contaminazioni; si arricchisce giorno dopo giorno attraverso il contatto con la straordinaria ricchezza di stimoli che arrivano da una società sempre più complessa con cui il progetto entra in relazione.
Si tratta solo di essere curiosi dell’esterno: di non concepire il mondo che circonda la recinzione del cantiere come un “pubblico” generico, cui offrire – magari in forme diverse – le storie che produciamo, ma piuttosto di coglierne le infinite potenzialità di scambio. Va bene, io ti regalo le mie storie, ma tu, uomo-donna-bambino che vivi al di là della recinzione, che cosa mi puoi regalare della tua vita.
Da questo punto di vista, il rapporto con un gruppo di ragazzi del Liceo Artistico e Istituto d’Arte Duccio di Buoninsegna di Siena è stato un’esperienza davvero molto bella.
La cosa è nata in maniera occasionale e tutto sommato banale: un paio di professori appassionati di archeologia che portano in visita sullo scavo di un docente che conoscono una scolaresca sterminata e tendenzialmente annoiata.
Ragazzi che si aspettano di vedere Pompei e trovano Vignale. E ne rimangono, giustamente, delusi.
Rotto il ghiaccio con la forza delle storie e l’abilità degli archeologi teatranti/cineasti/cantastorie, ne è nato un progetto – Nanoscavatori, in omaggio al genius loci del nostro cantiere – basato sullo scambio.
Gli archeologi offrono seminari sul loro mestiere, lavoro condiviso nei loro laboratori, alla fine anche uno stage di una settimana sullo scavo e gli studenti-artisti offrono alla ricerca le loro competenze specifiche e le loro capacità artistiche.
Due sottoprogetti: un piano di creazione di oggetti promozionali e l’idea di una recinzione d’artista.
Un anno di lavoro intenso da parte dei ragazzi e dei loro docenti appassionati di archeologia e del loro mestiere e i prodotti arrivano: bozzetti per magliette che sono andate letteralmente a ruba nelle iniziative di crowdfunding, gadget autoprodotti artigianalmente che hanno avuto un ruolo fondamentale nel fidelizzare al progetto alcuni interlocutori privilegiati.
E poi, lui: il prototipo di una recinzione d’artista. Una idea presa a prestito da un grande artista americano e rielaborata da un giovane artista in formazione; un gruppo di lavoro che sostiene la costruzione materiale del prototipo. Infine, in un giorno ventoso di primavera, l’installazione.
Una recinzione che nessun altro scavo archeologico ha mai avuto. Un punto bianco che si vede a grande distanza nella campagna e che attira l’attenzione di chi passa frettoloso su una strada, come nessuno striscione può fare.
Ma anche molto di più: un’opera di land-art che “gioca” con il paesaggio e con lo scavo, con il sole al tramonto e con le luci tagliate dell’alba. Che segnala a tutti coloro che passano da quelle parti che lì, proprio lì, in quel campo, sta accadendo qualcosa di eccezionale che vale la pena di andare a vedere.

Enrico

Rispondi