Un cantiere archeologico non è normalmente un luogo di incontro. E’ piuttosto uno spazio vuoto, dove gli archeologi e il pubblico entrano in relazione con il passato, ma lo fanno a turno.
Gli archeologi facendo il loro lavoro quotidiano, il pubblico quando viene ammesso a visitare il cantiere, nel momento in cui il cantiere stesso è fermo.
E’ ovviamente una questione di sicurezza, ma è anche, molto, una questione di abitudini mentali: spesso gli archeologi non amano essere guardati mentre lavorano, perché anche un lavoro maledettamente affascinante come il nostro diviene, nel suo farsi, quotidiano una serie di operazioni tecniche, ripetitive, faticose, che non invogliano particolarmente alla comunicazione.
A Vignale ci siamo presto resi conto che questa abitudine mentale ci penalizzava non poco nei nostri rapporti con il mondo che ci circondava.
Un po’ perché scaviamo un sito ricco di storie bellissime da raccontare, ma che non si traducono in resti archeologici strabilianti: muri rasati a pochi centimetri dal suolo, pavimenti malridotti dalle arature, spazi per lo più anonimi.
Un po’ perché il nostro pubblico dimostra sempre di più di essere interessato non solo a quello che troviamo e alle storie che ne ricaviamo, ma anche al modo in cui lo facciamo: i visitatori del nostro cantiere amano discutere con noi quello che facciamo momento per momento, anche negli aspetti tecnici e operativi.
Da queste due esigenze è nata l’idea di concepire il cantiere di scavo come uno scenario. Un punto privilegiato del paesaggio in cui, grazie a una grande “spellatura” in un campo, si possono fare due cose: vedere dall’interno un pezzo del paesaggio passato e vedere all’opera gli attori di questa operazione.
Ancora una volta, tutto è nato dal rapporto con i bambini. Avevamo bisogno di raccontare loro le forme del nostro insediamento e le funzioni di spazi che si vedevano a malapena disegnati sul terreno. Ci è venuto in mente di trasformare alcuni archeologi in colonne, per disegnare il perimetro del cortile di una stazione di posta; o di impiegare i più “flessibili” di loro nel riprodurre gli archi di sostegno del piano forato di una fornace.
Da lì a mettere in scena archeologi-cavalli e archeologhe-cavallerizze che arrivavano alla stazione di posta il passo è stato breve. E il successo comunicativo enorme.
Anche in questo caso, come nella vicenda del cinema, agli esperimenti è seguita la riflessione teorica e metodologica. E anche in questo caso ne sono nati alcuni articoli scientifici che hanno avuto una loro risonanza internazionale.
Ma, soprattutto, ne è nata la percezione di una nuova possibile dimensione del fare archeologia all’interno della società contemporanea: una società che non si accontenta più, per fortuna, del fascino della scoperta, ma che vuole anche sapere, dalla tua viva voce, che cosa fai, materialmente, momento per momento, per costruire quell’emozione.

 

Enrico

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