Un progetto archeologico è necessariamente fatto dalla somma delle competenze delle persone che vi prendono parte. Un progetto di archeologica comunitaria come Uomini e Cose a Vignale è fatto anche dalla somma delle passioni delle stesse persone.
Il bello vero nasce quando competenze e passioni si incontrano tra loro e interagiscono con le necessità e le opportunità della ricerca.
Con il cinema, a Vignale, è andata così.
Da diversi anni ci interessava l’uso del video nella documentazione dello scavo archeologico: l’avvento delle nuove tecnologie aveva aperto spazi prima impensabili per la pratica operativa e anche per la riflessione teorica e metodologica. Avevamo quindi fatto qualche esperimento che ci pareva particolarmente ben riuscito e ci andava bene così.
A cambiare le carte in tavola è arrivata la passione. Uno degli studenti che veniva a Vignale per le sue prime esperienze sul campo dichiarò a un certo punto la sua passione per la comunicazione video e suggerì di “girare” una piccola fiction dedicata a uno dei temi della ricerca.
La curiosità ebbe la meglio sulle evidenti difficoltà oggettive (strumentazione, costumi, scenografia, sceneggiatura, attori ecc.) e l’esperimento fu fatto, girando sullo scavo nei ritagli di tempo e montando poi il filmato di notte.
Il prodotto finale era certamente perfettibile in molti punti: le immagini ballavano un po’, i costumi d’epoca erano credibili fino a un certo punto, la sceneggiatura zoppicava e gli archeologi attori facevano del loro meglio, anche se non sempre bastava.
Ma, alla prima proiezione pubblica, ci siamo resi conto che, a dispetto della sua perfettibilità, quella piccola fiction così artigianale aveva una capacità comunicativa straordinaria: raccontava una delle nostre storie assai meglio di quanto eravamo in grado di fare con una visita guidata o una conferenza.
Da lì è nato tutto.
Quella fiction è diventata la prima di una ormai lunga serie e, anno dopo anno, alla passione iniziale si sono affiancate competenze nuove. L’esperimento ha aperto la via a una riflessione metodologica prima e teorica poi; il tutto si è trasformato in una tesi di laurea magistrale, in un articolo scientifico su una rivista prestigiosa e, quel che più conta, in una nuova identità professionale di un giovane archeologo. Che ora gira l’Italia e un pezzo consistente di mondo – un suo articolo è stato tradotto perfino in Cinese… – raccontando l’archeologia attraverso l’obiettivo di una videocamera, ma con gli occhi, la testa e le parole di chi la ricerca la vive dall’interno.
Da quest’anno, pensiamo di fare un altro salto in avanti: basta con i video girati la sera e montati di notte. L’idea è di mettere insieme un piccolo staff di archeologi videocomunicatori attivi tutto il giorno per costruire un pezzo della ricerca altrettanto importante dello scavo.
Quel pezzo che trasforma le Cose che si vedono nello scavo in storie da raccontare agli Uomini che stanno intorno allo scavo.

 

Enrico

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