Uomini e Cose a Vignale è un progetto che parte da uno scavo archeologico e ogni scavo archeologico ha un suo archivio fotografico che documenta le “cose” che si sono trovate, dalle più minute (i singoli reperti) alle più grandi (le aree di scavo viste dall’alto, con la fotocamera appesa a un drone, a un aquilone o a qualsiasi altra diavoleria volante).
La fotografia archeologica è quindi, in questo senso, un “servizio” fondamentale alla ricerca, perché costituisce una parte insostituibile della memoria dello scavo, specialmente per quelle cose che sono state per l’appunto scavate e quindi irrimediabilmente distrutte.
Ma in un progetto archeologico che ha un suo punto focale nella comunicazione, la fotografia è molto di più: diviene uno strumento per archiviare non solo le cose, ma anche le idee che gli uomini (gli archeologi) si sono fatti delle stesse cose nel momento in cui le scavavano.
Diceva qualcuno che la fotografia non fa altro che costruire una cornice: prende un pezzo della realtà visibile, lo isola da ciò che lo circonda e gli assegna dunque un significato speciale.
In questo c’è molto poco di documentazione oggettiva (nonostante le immagini si costruiscano attraverso un sistema di lenti che si chiama per l’appunto obiettivo…) e c’è invece una porzione molto variabile, ma tendenzialmente grande, di apporto soggettivo. C’è dunque grande spazio alle idee e ai modi di pensare del fotografo: il co­protagonista invisibile che sta dietro alla macchina e che determina molto dell’immagine finale. La scelta del soggetto, il taglio dell’inquadratura, la disposizione delle luci.
Da qualche anno, a Vignale, stiamo conducendo un esperimento comunicativo basato sulla fotografia, chiamando a collaborare con noi un fotografo amatoriale molto evoluto (sì, decisamente molto evoluto…) con cui siamo entrati in contatto vedendo le sue foto pubblicate su Facebook.
In quelle foto Massimo ritraeva il paesaggio del nostro microterritorio in maniera straordinariamente incisiva, come può fare solo chi conosce profondamente – e profondamente ama – il posto in cui vive e altrettanto profondamente domina la tecnica e gli strumenti.
Fedeli al principio che il nostro scavo è uno scenario aperto, abbiamo chiesto a Massimo di andare e venire liberamente dal cantiere, scegliendo a suo piacimento le condizioni di luce che più lo ispiravano, e di costruire altrettanto liberamente le sue immagini, destinate non a “documentare”, ma a raccontare.
Ne sono venute fuori cose che ci sembrano bellissime: la nostra recinzione d’artista che gioca con il sole e con il paesaggio, un’immagine in notturna costruita con una torcia elettrica che illumina selettivamente i muri della fattoria etrusco­romana, le foto di noi al lavoro con una scelta di mappatura estrema del colore che le rende quasi “epiche”.
Quando poi Massimo è venuto a fotografare il mosaico, ne sono venute fuori delle belle: ne usiamo una in particolare quando andiamo in giro a raccontare la straordinarietà della cosa che ci siamo trovati sotto cazzuole e pennelli. La mettiamo come immagine di copertina e non c’è bisogno di molte parole per far capire a chi ci ascolta di che cosa stiamo parlando.

(dedicato a Pepe)

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