Scoooz!”

Ecco, di nuovo la voce del professore che mi chiama al lavoro. Che mi toccherà oggi? Spero che stavolta lasci a qualcun altro la pala e il piccone e mi faccia usare la trowel per scavare con più calma!

Mi chiama vicino ai brandelli di mosaico che stanno nella parte dello scavo più vicina all’Aurelia. “Wow!” – penso – “Mi piacerebbe un sacco lavorare sul mosaico – potrei mettere le mani su uno per la prima volta in vita mia!” E invece no, il professore mi dice che al mosaico ci penseranno Nina e Samanta, che hanno più esperienza e sanno come lavorarci. Io dovrò pulire l’aratura nel terreno lì vicino per cercare di capire cosa ci fosse nei pressi del mosaico.

Dopo aver tolto la maggior parte della terra con pala e piccone, mi armo di paletta, scopetta e trowel, infilo le ginocchiere, mi calo nello scavo e mi accuccio nel mio angolino: si inizia il lavoro a tu per tu col terreno! Sono contento di poter mettere le mani nella terra anche se mi sembra abbastanza inutile: questo posto infatti è già stato in parte scavato l’anno scorso: come potrei trovare qualcosa di nuovo?

“Vabbè’” – penso “in fondo è il mio primo anno qui a Vignale. Devo farmi ancora le ossa, tanto vale iniziare da una semplice aratura”. Mi impegno al massimo comunque, per dimostrare che sono all’altezza del compito sia al professore che a me stesso.

Inizio quindi a pulire l’area, cioè a togliere con trowel e scopetta tutta la terra che copre le strutture, o quello che ne rimane. Infatti pavimenti, tetti e muri spesso li vediamo nel terreno come strati di materiale crollato e mischiato con la terra. Riconoscere la sequenza di questi strati aiuta noi archeologi a ricostruire la storia dello scavo.

Il compito sembra veramente semplice: il pavimento su cui stava il mosaico sembra rotto da un’aratura. Devo pulire la parte di pavimento da cui l’aratro ha strappato il mosaico e il solco dell’aratura che ha rotto il pavimento.

Ben presto, però, vedo che il terreno ha in serbo per me una sorpresa: all’ennesimo colpo di trowel, questa sbatte su un piano inclinato, talmente rigido che sembra roccia. Incuriosito, continuo la pulizia. Metto in luce il piano ma, ben presto, mi accorgo che non è tutto visibile: è in parte coperto da uno strato di terra gialla e farinosa, che continua nel riempimento della canaletta, e in parte dal pavimento che pensavo coprisse il tutto. Oddio, mi sembra di essere a lezione di metodologia: strati, piani, riempimenti… quello che ho studiato a lezione sui libri ora me lo ritrovo davanti, non è proprio la stessa cosa ma non demordo.

Visto che ciò che ho trovato non è affatto quello che m’aspettavo, chiamo subito Andrea, che lavora accanto a me e ha più esperienza, e gli mostro la mia pulizia. Stupito, Andrea chiama a sua volta il professore che, vista la situazione, mi rimprovera: “Scoz, ha fatto un guaio! Qui doveva pulire un angolino dello scavo, e invece ha trovato un nuovo piano, proprio vicino al mosaico!” “Ma ho sbagliato a pulire?” – chiedo io un po’ spaventato. “Al contrario” – risponde – “Lei ha pulito perfettamente. Semplicemente ha trovato delle cose che non ci aspettavamo. Per punizione, passerà la giornata a pulire quello che resta di quest’angolo.”

Il professore ovviamente scherzava! Come dice spesso, ogni tanto bisogna concedersi qualche battuta per tenere alto l’umore di noi scavatori. Il piano, conclude, non è di roccia, ma di cocciopesto (una miscela di materiale legante e cocci sbriciolati, molto utilizzato nel mondo romano perché impermeabile), e poteva essere sia un pavimento che una canaletta.

Ecco allora che riprendo il lavoro con un pizzico in più di consapevolezza nelle mie potenzialità di scavatore. Per la fine della giornata riesco a pulire tutto l’angolino, trovando che lo strato giallo riempie tutta la canaletta, e che nel pavimento ci sono dei buchi, riempiti di terra, e che la terra continuava sotto al pavimento stesso.

Il professore a fine giornata confermerà ciò che avevo in testa mentre scavavo: ho avuto a che fare con una piccola sequenza stratigrafica, cioè un insieme di strati di terra, sovrapposti e intersecati fra loro, non alterati dall’aratro o da qualche altro scavatore, e quindi circa nella stessa posizione di quando si formarono nell’antichità. Un po’ come quelli sui libri studiati all’università! A Vignale questa poi è una rarità, perché la maggior parte del terreno è stata rimescolata dall’aratro.

Ecco come, alla fine della giornata di scavo, me ne torno al camping con un po’ più di fiducia nei miei mezzi e orgoglioso del mio guaio.

Jacopo Scoz

One thought on “Guai stratigrafici

Rispondi